The Cult of Nothing: We Are What We Don’t
No-alcohol wine. Zero percent beer. Vegan bacon. Sugar-free chocolate. Fat-free cheese. Decaf espresso. The supermarket aisle looks less like a food section and more like a collection of disclaimers. Welcome to the aesthetic of performative denial, where consumption is stripped of consequence and pleasure comes with an asterisk.
We live in a time obsessed with subtraction. In an age of overconsumption, it seems we've decided the best way to feel morally superior is to consume everything—as long as it's technically nothing. Eat the burger, but make it plant-based. Sip the wine, but make it grape juice in heels. Smoke—but only herbal, organic, and shame-free. Our diet is the performance, the product is the prop, and we’re all starring in our own nutritional biopics.
Now, don’t get it twisted—I’m vegetarian. I understand the logic of limits. Not eating animals is a form of freedom, an ethical stance, a little rebellion against the slaughterhouse of modern life. But what’s hilarious (and a little tragic) is this culture-wide obsession with consumption without consequence. It’s as if we want to do all the things, without really doing them. The result? A society high on simulation, low on satisfaction.
Korean-German philosopher Byung-Chul Han has a word for us: burnout. In his book The Burnout Society, he argues we no longer live under repression, but under relentless positivity. We’re not being told “no”—we’re telling it to ourselves. Say no to sugar. No to carbs. No to rest. No to aging. No to stillness. We restrict not because we’re oppressed, but because we think it makes us better, purer, more efficient.
This is the new asceticism. Not monks in stone cloisters, but influencers in beige athleisure. Not fasting for the soul, but intermittent fasting for the algorithm. Han says today’s ideal subject is not the obedient worker but the self-optimizing entrepreneur of the self—always improving, always hustling, always exhausted.
And in this system, denial is no longer sacrifice—it’s style. The NO-product becomes a flex. You’re not skipping cheese because of lactose. You’re skipping it because you’re enlightened. You’re not joyless—you’re pure. You’re not empty—you’re curated.
Let’s call it what it is: a kind of lifestyle cosplay. We're deep into an aesthetic of performativity, where identity is signaled by subtraction. We’re no longer what we eat—we’re what we don’t. This isn’t about health. It’s about optics. A no-sugar soda isn’t just a drink—it’s a message: I’m clean, disciplined, and in control. Pleasure is suspicious. Indulgence, unfashionable. Desire is rebranded as weakness.
And all this restraint? It doesn’t make us deeper. It compensates for our shallowness. It fills the silence left by vanished meaning. We say no to fat, but yes to ten thousand self-help podcasts. No to carbs, but yes to hustle culture. No to risk, but yes to optimization. As if the body, once purged, could become a vessel for a more palatable self.
French philosopher Michel Foucault saw this coming. In his work on biopolitics, he argued that modern societies regulate bodies not through force but through subtle disciplines—health, hygiene, productivity. The power isn’t in what’s imposed, but in what’s internalized. We become our own jailers, counting calories, steps, likes. The supermarket isn’t just a store—it’s a training ground for moral behavior. And every NO is a little act of docile self-surveillance.
Let’s be honest: none of this is rebellion. It’s the system talking to itself in detox dialect. We’re not rejecting capitalism—we’re buying its lighter version. We’re not quitting pleasure—we’re subscribing to the guilt-free edition. This isn’t asceticism. It’s marketing.
We’re not eating less. We’re just eating less of something. And paying more for it. No-alcohol wine? Twice the price. Vegan cheese? Triple the markup. Sugarfree chocolate? A paradox, sold in gold foil. The irony is sublime: capitalism found a way to sell absence—and we bought it.
So let’s laugh, but let’s not forget: this obsession with NO is a mirror. It reflects a society terrified of excess, but addicted to the image of control. We want to consume without cost, to indulge without guilt, to live without consequences. We want the cake—but only if it’s gluten-free, sugar-free, fat-free, joy-free.
Bon appétit.
ITALIANO
ll culto del niente: siamo ciò che non mangiamo
Vino analcolico. Birra zero gradi. Bacon vegano. Cioccolato senza zucchero. Formaggio senza grassi. Espresso decaffeinato. Le corsie del supermercato non sembrano più un alimentari, ma una lista di avvertenze medicinali. Questo perché viviamo nell'estetica della negazione, dove si consuma tanto, ma senza conseguenze e dove il piacere arriva con l'asterisco.
Viviamo in un'epoca ossessionata dalla sottrazione. In un'era di iperconsumo, infatti, pare che l’unico modo per sentirci moralmente superiori sia consumare tutto—purché sia tecnicamente niente. Mangiamo l’hamburger, ma lo vogliamo vegetale; beviamo il vino, ma ci togliamo l’alcol. Fumiamo—ma solo vapore e senza sensi di colpa. La nostra dieta è lo spettacolo, il prodotto è la scenografia, e noi siamo tutti protagonisti di un nostro personalissimo biopic nutrizionale.
Ora, non fraintendetemi—sono vegetariano, e dunque capisco la logica del porsi limiti. Per me, non mangiare animali è una forma di libertà, una posizione etica, una piccola ribellione contro il mattatoio della vita moderna. Ma ciò che trovo esilarante (e un po’ tragico) è questa ossessione collettiva per il consumo senza conseguenze. Vogliamo fare tutto, senza davvero farlo. Il risultato? Una società ubriaca di simulazioni e a corto di soddisfazioni.
Il Benessere del No
Il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han ha una parola per noi: burnout. Nel suo libro La società della stanchezza, sostiene che non viviamo in una società repressiva che che ci limita e controlla i piaceri, ma al contrario viviamo in una società iper permissiva. Siccome non ci sentiamo mai dire “no”—ce lo diciamo da soli. No allo zucchero. No ai carboidrati. No al riposo. No alla vecchiaia. No alla quiete. Ci limitiamo non perché siamo oppressi, ma perché pensiamo che ci renda migliori, più puri, più efficienti.
Questa è una nuova forma di ascesi. Non più monaci nei chiostri di pietra, ma influencer tatuati con tute beige. Non cerchiamo un digiuno per l’anima, ma il digiuno intermittente per l’algoritmo dei social network. Han dice che il soggetto ideale oggi non è il lavoratore obbediente, ma l’imprenditore di sé stesso—sempre in upgrade, sempre stanco, sempre “connesso”, sempre pronto a fare qualcos’altro.
E in questo sistema, la rinuncia non è più sacrificio—è uno stile. Il prodotto-NO diventa un’ostentazione. Non eviti il formaggio perché sei intollerante. Lo eviti perché sei illuminato. Non sei senza gioia—sei puro. Non sei vuoto—sei curato.
L'Estetica della Performatività
Questa dunque non è più vita, ma è un cosplay dello stile di vita che vorremmo. Siamo immersi in un’estetica della performatività, dove l’identità si forma attraverso la sottrazione. Non siamo più ciò che mangiamo—siamo ciò che non mangiamo - e non è una questione di salute, bensì una questione di immagine. Una bibita senza zucchero non è solo una bevanda—è un messaggio: sono pulito, disciplinato, in controllo. Il piacere è sospetto. L’eccesso è cafone. Il desiderio? Rebranding come debolezza.
E tutta questa austerità? Non ci rende più profondi. Compensa la nostra superficialità. Riempie il silenzio lasciato dal significato che è evaporato. Diciamo no ai grassi, ma sì a diecimila podcast motivazionali. No ai carboidrati, ma sì alla hustle culture. No al rischio, ma sì all’ottimizzazione. Come se il corpo, una volta purificato, potesse diventare il contenitore di un sé più fotogenico.
Il filosofo francese Michel Foucault lo aveva previsto. Nei suoi lavori sulla biopolitica, affermava che le società moderne regolano i corpi non con la forza, ma attraverso discipline sottili—la salute, l’igiene, la produttività. Il potere non sta in ciò che viene imposto, ma in ciò che viene interiorizzato. Siamo noi i nostri carcerieri, a contare calorie, passi, like. In quest’ottica, dunque, il supermercato non è solo un negozio—è un campo d’addestramento comportamentale. E ogni NO è un piccolo atto di autocontrollo sorvegliato.
Il Capitalismo del Vuoto
Diciamolo chiaramente: tutto questo non è ribellione. È il sistema che parla con sé stesso in dialetto detox. Non stiamo rifiutando il capitalismo—ne stiamo comprando la versione light. Non rinunciamo al piacere—ci abboniamo alla sua edizione guilt-free. Questa non è ascesi. È marketing.
Non stiamo mangiando meno. Stiamo solo mangiando meno di qualcosa. E pagando di più. Vino senza alcol? Il doppio del prezzo. Formaggio vegano? Tre volte tanto. Cioccolato senza zucchero? Un paradosso avvolto in carta dorata. L’ironia è perfetta: il capitalismo ha trovato il modo di vendere l’assenza—e noi l’abbiamo comprata.
Quindi ridiamoci su, ma non dimentichiamolo: questa ossessione per il NO è uno specchio. Riflette una società terrorizzata dall’eccesso, ma dipendente dall’immagine del controllo. Vogliamo consumare senza costi, indulgere senza colpa, vivere senza conseguenze. Vogliamo la torta—ma solo se è senza glutine, senza zucchero, senza grassi, senza gioia.
Buon appetito.